L’ Analisi e il Male Banale … Ovvero “Perché Faccio l’ Analista

(Riflessioni e rimbalzi tra me, Carl Gustav Jung e Hannah Arendt)

 Sè

Il Male. Il Male dell’altro. Il Male Mio. Il Male Banale.

Sono passati molti anni da quando Hannah Arendt, filosofa a me cara, si interrogava su di esso, arrivando a concludere che il Male non possa essere radicale, ma solo, semplicemente, incomprensibilmente Banale.

Sono passati anni da quando, piccola mente davanti ai libri di storia fatti di grandi guerre ed imponenti eroi, mi dicevo che in fondo bastava poi dirsi basta e fare pace. La storia mi piaceva. I conflitti, in fondo, mi affascinavano. Ricordo in particolare la grande diatriba dei Lancaster e degli York, quella che fece da sfondo alla “Freccia Nera” di Stevenson. La Guerra delle Due Rose. Romantica.

Ma poi, in fondo, gli occhi di bambina si dicevano che basta, che bisognava fermarsi prima, che era necessario mettere la parola FINE al conflitto.

E invece no. Invece ci spiegavano che non si poteva evitare. Che bisognava attaccare … per evitare di essere attaccati.

Sono passati anni, ma non questa idea di fondo. Bisogna attaccare.

Bisogna guardare con preoccupazione all’altro come a colui che dev’essere annientato per poter sopravvivere. Per poter stare al sicuro. Perché l’altro è criminale. Perché l’altro è terrorista. Perché noi, ancora una volta, siamo i buoni.

Leggendo la storia (dalla quale, direbbero i vecchi, l’uomo incomprensibilmente non impara mai, reiterando all’infinito gli stessi errori) può sembrare a prima vista che sia all’opera un Male, un Male radicale, un Male profondo, di fronte al quale nulla può esser fatto.

Le società in cui oggi viviamo, i fatti di cronaca che ci travolgono, la complessità di un mondo che sembra senza frontiere ma che senza frontiere non è, ci interrogano, ci impauriscono, muovono rabbia.

La soluzione diventa allora quella di difendersi. Di Sradicare il male. Di abortirlo. Di combattere.

E qui subentra una nuova possibilità. Un punto di rottura. Una nuova prospettiva.

Il percorso del radicale smuovere il proprio terreno. La propria psiche. La strada della messa in discussione totale. L’Analisi.

Il percorso con le immagini dell’inconscio diviene allora scelta radicale. Di partecipazione. Di non violenza. Di cammino profondo.

Credo fermamente che l’incontro con il Male sia necessario nella vita dell’uomo e che, nel momento in cui esso non guarda al proprio male, non incontrandolo, il male gli si fa incontro.

Allora ecco l’analisi proporsi come scelta radicale, che apre l’immensa opportunità di accedere alla verità di se stessi. Verità che, conosciuta e accolta, ci allontana dall’essere incarnazione della Banalità del Male.

Ma andiamo per ordine.

Negli anni ’60 Hannah Arendt seguì in veste di giornalista il grande processo in cui l’imputato era Adolf Eichmann, uno dei più grandi strateghi della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento, accusato di crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità, crimini di guerra durante il regime nazista. Eichmann a queste accuse rispose “Non sono colpevole nel senso dell’accusa. Ho solo obbedito agli ordini dei superiori” (Arendt, 1964). Arendt, trovatasi faccia a faccia con il grande criminale (e sull’uso di questo termine la filosofa muoverebbe probabilmente qualche appunto), ce lo racconta così. Come un uomo normale, preciso nel suo lavoro, ligio al dovere. Uno che, semplicemente, obbediva. Non scaltro, non malvagio, non “il cattivo”.

 Un male banale, dunque. Il male di chi obbedisce. Il male di chi non vede. Il male della non consapevolezza.

Eichmann non aveva fatto nulla. Non aveva odiato. Non aveva avuto l’intenzione vera di uccidere. Eichmann aveva obbedito. Hannah Arendt non ci lascia scampo: “il guaio del caso Eichmann” – scrive – “era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano nè perversi nè sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. […] Questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme” (ibidem, p. 282).

Penso dunque agli studi sull’obbedienza distruttiva, da Asch a Zimbardo a Milgram (nell’esperiemento non a caso definito “esperimento Eichmann[1]), che ci mettono concretamente davvero nella posizione di pensarci possibili “carnefici” se messi nella situazione che ci porta a farlo. Questi studiosi ci fanno veramente pensare che le nostre azioni dipendano dalla situazione che ci troviamo a vivere.

Eppure credo invece profondamente che intervenga una variabile personale molto forte, una capacità di resistere e di pensarsi in grado di contro-agire, il che significa potersi riconoscere una autonomia di pensiero preziosa, che si connette direttamente al senso di sè ed alla capacità di sentirsi individui indipendentemente dal gruppo. D’altra parte Eichmann si chiedeva chi fosse lui per pensare diversamente dagli altri, e così obbedì.

 “Chi sono io per essere voce fuori dal coro?”. “Chi sono io per ritenere giusto altro, quando mi indicano una strada, che, a detta di molti, è quella corretta?”.

Eccola qui. La scelta del non essere consapevoli. Del rimanere ciechi. La scelta (perché di scelta si tratta) del rimettersi ad un pensiero, quello collettivo, condiviso.

Inconsapevolezza che si accompagna oggi all’ignoranza di ciò che accade, alla non ricerca di informazioni che non siano frutto di mistificazioni. Atteggiamenti, questi, che ci conducono alla possibilità di non sentirsi in colpa, ma, al contrario, di sentirsi vittima di un sistema dal quale ci si sente travolti.

Se “l’ignoranza ha le stesse conseguenze della colpa” (Jung, 199, p. 43)[2] va da sé che la vera responsabilità etica oggi, la radicale possibilità del bene, sta nel cercare la verità, la propria verità, per poter rispondere alla vita con scelte che abbiano una profonda risonanza etica. Si tratta quindi, credo, dello sforzo immenso del passare dalla morale condivisa all’etica interiore. Ciò dipende da grossi movimenti interiori, che hanno a che fare con la possibilità di raggiungere la verità di se stessi.

Questa dunque la motivazione per cui il primo fondamentale e radicale approdo del mio lungo infinito viaggio verso la ricerca del bene è stata la scelta, sofferta e a lungo rifiutata, del lavoro di analista. Credo che la vera risposta alla banalità del male stia nella possibilità dell’uomo di incontrare profondamente se stesso e la propria Ombra: l’inizio del mio percorso di analisi personale ha segnato in me il passaggio ad un prepotente spostamento da ricerca esterna ad interna, che ha ribaltato significati e sostanze, conducendomi al continuo sforzo di una completa onestà con me stessa.

Non fu un caso che Jung, dopo il suo lungo percorso interiore, incitò ogni uomo e donna a trovare se stessi, per non seguire modelli, per poter, come affermò la Arendt “non parlare mai se non in mio nome”. La fatica del farlo, implica il trovarsi faccia a faccia con la propria “banalità”, con il proprio essere “terroristi, aguzzini, criminali”. Nel trovare la propria via personale attraverso queste “figure d’ombra” che non sono altro, in fondo, che pezzi di noi.

L’Analisi a molti fa paura. Lunga, profonda, secondo alcuni quasi una farsa, un modo di arrovellarsi su se stessi senza alcuna via d’uscita. E’ una realtà, quella Analitica, che conduce per vie impervie, in salita, o meglio, nella lunga e faticosa discesa verso le profondità di noi stessi.

A detta di alcuni Anacronistica, lunghissima, non scientifica.

Che scelta, questa Analisi.

Una scelta Radicale.

Non Banale. La scelta di un percorso … sì … Anacronistico, potenzialmente molto lungo, forse non scientifico

Anacronistica? Sì. Perché Analisi è sperimentare l’essere fuori dal tempo, sentire di essere molto più che la linearità del tempo, molto oltre ogni scadenza del tempo.

 Lunga? Può essere. Perché non dettiamo noi le regole. Ma è il nostro Sé più profondo che ci apre al possibile, lasciandoci intravvedere e iniziandoci ai misteri profondi della nostra psiche.

 Non scientifica? Non l’ho mai capito. Certamente non controllabile. Nemmeno dall’ Analista. Perché è una scelta di libertà.

Di Vera Responsabilità.

 

 

[1]              Zamperini, A & Testoni, I (2002) Psicologia sociale. Einaudi, Torino.

[2]              À*- Jung, C.G. (1991) Opere. Vol. 17: Lo sviluppo della personalità. Bollati Boringhieri, Torino.